Guida Autonoma, siamo pronti?

Di Pier Luigi Del Viscovo, Direttore Centro Studi FLEET&MOBILITY

In pratica, il sistema ti sostituisce in una cosa alla volta. Con molto tatto, prima ti aiuta se ne hai bisogno, poi ti inibirà atti contrari a quelli appropriati, prima dello stadio finale: la sostituzione piena alla guida, comunemente indicata come Livello 5 dell’evoluzione dell’automazione applicata all’auto. Oggi i computer governano molte attività, ma ancora niente di tanto complesso come la circolazione urbana. Un’auto autonoma di tale livello avrebbe un codice software formato da circa 300 milioni di linee, rispetto ai 18 del software che pilota un Boeing 787.
Una tecnologia più pervasiva porta con sé il tema delle norme e delle responsabilità. Quando non sarà più il guidatore a compiere le scelte, chi dovrà rispondere per queste? Il costruttore del software o colui che l’ha progettato e scritto? Oppure il costruttore del veicolo, che l’ha installato e commercializzato? O ancora, chi ha eseguito la manutenzione, probabilmente da remoto? Questa appare una sfida enorme, eppure non è la più difficile. Il vero tema è proprio quello dell’intelligenza artificiale (AI), ossia la capacità del computer di apprendere e dotarsi di un suo corredo di codici di comportamento, non scritti dall’esterno ma prodotti dalla stessa macchina, sulla base dell’esperienza cognitiva. È questo l’aspetto davvero dirompente di tutta la vicenda. Quando un algoritmo è in grado di leggere la realtà e da questa derivare i suoi nuovi codici adattivi, significa che è in grado di fare delle valutazioni e scegliere sulla base di motivazioni. Siamo in un’area non più meccanicistica, dove finora hanno operato le macchine, anche le più sofisticate. Nella nuova dimensione agiscono anche l’immaginazione e la motivazione, due fattori che conosciamo bene, in quanto esseri umani. Sappiamo però altrettanto bene che non sono di facile comprensione. Noi tutti spesso ci troviamo a ricostruire ex post la motivazione che ha indotto una certa azione. Tralasciando le aberrazioni e le devianze, dobbiamo ammettere che anche le persone più equilibrate, ossia più corrispondenti a un sistema condiviso o almeno noto, portano dentro di sé un bagaglio di emozioni e valutazioni sopite, di cui non hanno consapevolezza ma che all’occorrenza fanno sentire il loro peso nei comportamenti. Del resto, intelligere significa esattamente capire e discernere.
La mobilità è un fatto umano, che funziona alla maniera umana, oscillando tra la norma e la trasgressione. La domanda dunque è se il computer sarà intelligente al punto da compiere due possibili scelte, che sono: andare contro la norma e andare contro se stesso.
Quando l’unico modo per evitare un danno causato da altri sarà di causarne uno a nostra volta, di entità minore (o presunta tale), il computer sarà in grado? Sembrano discorsi lontani, ma calati nella realtà prendono la forma, ad esempio, di un bambino che colpevolmente sbuca in mezzo alla strada: salvarlo potrebbe implicare andare a tamponare un’altra vettura. Ossia, perseguire un fine superiore passando dalla ragione al torto.
Poi ci sono tutti quei piccoli comportamenti che oggi adottiamo, che stanno al limite delle norme e spesso ben oltre esso, come fermarsi in doppia fila per far salire un passeggero. Molti hanno un giudizio preciso e netto su queste vicende. Se siano da tollerare oppure no.
Quello che nessuno davvero può affermare è se il saldo complessivo di tutti questi gesti umani alla guida sia positivo o negativo, alias se rimuovendoli in blocco la circolazione e la produttività che ne deriva aumenterebbero o diminuirebbero.

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