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Aprendo un buon manuale di finanza d’azienda troviamo spesso nelle prime pagine la definizione di creazione di valore come linea guida ed obiettivo per le aziende, le organizzazioni, gli uomini, sia come singoli individui sia per le diverse forme aggregative attraverso le quali gli uomini si consorziano per il raggiungimento dei loro obiettivi. Il fine principale dell’azienda è il durevole soddisfacimento dell’insieme di interessi economici dei soggetti ad essa legati. L’enfasi sulla creazione di valore per l’impresa chiama in causa il concetto di economicità, ovvero la capacità di rispettare nel tempo i molteplici e delicati equilibri economici che caratterizzano la gestione aziendale [1].

Il concetto di durevole soddisfacimento si lega in modo diretto al concetto di sostenibilità, di sviluppo armonico e lungimirante, di capacità di raccordare l’orizzonte ed il lungo periodo con l’azione quotidiana. La capacità di interpenetrare il territorio producendone una discontinuità con esternalità positive per una moltitudine significativa di stakeholder.

È tuttavia davvero questa la corretta impostazione?  L’impresa per eccellere e creare valore, per conseguire i propri obiettivi di economicità e competitività, non dovrebbe perseguire esclusivamente finalità economiche, massimizzando i ricavi e minimizzando i propri costi, inclusi quelli derivanti dal rispetto di vincoli normativi e sociali esterni? Perseguire finalità sociali non comporta un aumento dei costi a scapito dell’efficienza ed è dunque un fattore di svantaggio competitivo? Oppure l’eccellenza dell’impresa può meglio essere raggiunta se l’impresa programma e attua anche pratiche che aumentino la propria capacità sociale e la propria sostenibilità nel lungo periodo che include la protezione e lo sviluppo delle persone nell’impresa, il fissare e rispettare solidi criteri in tema di salute e sicurezza, il realizzare uno sviluppo rispettoso dell’ambiente esterno, il favorire l’integrazione dell’impresa nella comunità locale sostenendone la vita sociale e lo sviluppo? In una parola, l’azione combinata d’eccellenza nelle prestazioni economiche e nelle capacità sociali migliora anche i rendimenti economici?

Nel settembre del 1970 il New York Magazine[2] pubblicò un articolo di Milton Friedman destinato a polarizzare la discussione sul tema per decenni. Nell’articolo Friedman, che sei anni più tardi sarà insignito del premio Nobel per l’economia, sostiene che i manager sono agenti degli azionisti e che il loro ultimo ed esclusivo fine sia la massimizzazione dei guadagni di questi ultimi. Ogni investimento su obiettivi sociali o di sostenibilità avrebbe inevitabilmente ridotto i guadagni per gli azionisti con l’aggravante di determinare nella sostanza una forma di tassazione senza averne titolo, contraddicendo nel profondo le basi fondanti della costituzione americana[3].

Nel 2018 il CEO di BlackRock Larry Filk nella sua lettera di presentazione dell’Annual report ha scritto “Diamo grande importanza all’impatto sociale della nostra attività e cerchiamo di offrire un contributo positivo al mondo in cui operiamo, all’ambiente e alle comunità che chiamiamo casa, ai clienti e a chi lavora per fornire i nostri servizi”. Leggendo l’intervento riga dopo riga, appare evidente l’indirizzo strategico per BlackRock di non investire più in quelle società che non porranno il tema della sostenibilità al centro e che non riterranno prioritaria una comunicazione coerente con questa impostazione.

Due posizioni agli antipodi, dopo quasi 50 anni. E’ tuttavia veramente così?

Nell’attuale contesto economico il durevole soddisfacimento dei bisogni degli stakeholder prevede necessariamente ed inequivocabilmente la responsabilità sociale e la sostenibilità non solo come una posizione etica dell’imprenditore o del manager, una lodevole e appropriata preoccupazione aggiuntiva dell’impresa per evitare contraccolpi negativi esterni o un’azione di equilibrio nell’arena politica in cui l’impresa si muove, ma una “componente istituzionale” di una condotta imprenditoriale innovativa orientata al successo e alla sopravvivenza dell’impresa sul lungo periodo e che valorizza insieme il proprio capitale economico e il proprio capitale sociale. Si tratta di un fenomeno emergente, che tende a coniugare economia e società nell’impresa. La capacità sociale non è, dunque, solo un costo ma è divenuta ormai una premessa imprescindibile per incrementare i profitti e realizzare l’obiettivo delineato da Friedman per il management ovvero la massimizzazione dei guadagni per gli azionisti, ma come derivata di quello che dovrebbe essere l’obiettivo autentico per chi ha l’onore di guidare un’azienda: la creazione di valore per l’azienda in sé. Creare valore per un organismo che interpenetrando i bisogni di tutti i portatori di interesse produce esternalità positive. Solo come derivata la creazione di valore per l’impresa deve produrre valore per gli azionisti.

Sono sempre più numerosi gli studi dai quali emerge che le imprese che si pongono ai primi posti per attenzione ai temi della sostenibilità sono allo stesso tempo le migliori per performance economica e mediamente migliori della concorrenza. L’eccellenza economica e la capacità sociale devono essere perseguite congiuntamente e non sono un ossimoro. È anche vero il contrario, le imprese meno attente agli aspetti di capacità sociale hanno avuto, hanno ed avranno un forte calo di immagine con conseguente deterioramento della loro capacità di generare valore.

Il tema dell’impresa socialmente capace è allora non quella di aggiungere vincoli, né di definire modelli astratti, ma di sviluppare strategie, organizzazioni e sistemi di gestione e controllo che aiutino l’impresa a beneficiare delle opportunità della combinazione di economia e società appropriata alle caratteristiche dell’impresa.

Ad ulteriore supporto a questa tesi sono i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile redatti dalle Nazioni Unite (SDGs), che mirano a migliorare la vita di ciascuno di noi. Proposti nel 2015 e ratificati da 193 paesi, comprendono principi fondamentali come la fornitura di acqua pulita, standard di istruzione adeguati, sanità per tutti e uguaglianza di diritti. Fondamentale è, tuttavia, anche il ruolo del mondo imprenditoriale, dopo che l’ONU ha espressamente invitato aziende e istituzioni finanziarie a contribuire al raggiungimento degli obiettivi prefissati entro 15 anni. Ad essere coinvolti non sono solo i colossi internazionali o i settori ritenuti direttamente responsabili dell’inquinamento, come le società petrolifere o i produttori di materie plastiche, ma le buone pratiche valgono davvero per tutte le aziende e per tutti i cittadini.

Non è più dunque un tema di nicchia per idealisti come poteva essere nel 1970 al tempo della pubblicazione dell’articolo di Friedman, ma il faro verso il quale dirigere la nostra navigazione nei prossimi anni, per consentire alle nostre imprese di creare valore, crescere ed attrarre investimenti. Nella comunicazione societaria il bilancio di sostenibilità acquisirà sempre più forza ed importanza, non già per meri obblighi di legge[4], ma come strumento principe per la comunicazione finalizzata alla creazione durevole di valore.

 

Marco Laugero (Controller AFC Viasat Group)

Massimo Getto (Vicepresidente e CFO di Viasat Group)

 

 


[1] Dallocchio – Salvi  Finanza d’azienda – Edizione Egea

[2] 13 Settembre 1970, New York Magazine – “The social responsibility of business is to increase its profit” Milton Friendman

[3] Lo slogan “No Taxation without Representation” sintetizza bene gli obiettivi della strategia. Fu utilizzato nel 1775 dalla Virginia per sancire l’illegittimità delle tasse nelle situazioni in cui era assente la rappresentanza parlamentare dei cittadini.

[4] Direttiva 2014/95/EV  Recepita in Italia con il decreto legislativo 254 del 30/12/2016, in GU n.7, del 10/01/201/7

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